Notturno a Cefalù

notturnoacefalù

Cefalù

Ras  Melkart in fenicio

Κεφαλοίδιον in greco

Cephaloedium in latino

Gafludi in arabo

Cifalù in siciliano

“…Oltre, oltre ogni splendida parvenza, velario di gemme, specchio d’oro, parete di zaffiro, arazzo di contemplazione, tappeto di preghiera, rapimento, estasi, oblio, iconostasi allusiva, schermo del Mistero, dell’Amore infinito, della Luce incandescente”. (Nottetempo, casa per casa – Milano, 1992)

Si concludeva così il racconto del mio approdo a Cefalù. Da cui, come l’Ulisse dall’isola di Circe, non potevo più ripartire. Sarei rimasto per sempre in questo paese della memoria ritrovata, in questo scrigno d’ogni segno, in questo porto della conoscenza da cui solo salpa il naviglio della fantasia.

Vincenzo Consolo

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Il sole entra nel segno dei pesci

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Miniatura tratta dal ‘Salterio della Regina Maria’ (XIV secolo), British Library di Londra.

La parola miniatura deriva da minium, termine che nell’età classica e nei primi secoli del Medioevo indicava il cinabro, ossia il solfuro di mercurio, sostanza di colore rosso usata già nella pittura antica e adoperata anche per dipingere in rosso iniziali, titoli e rubriche di testi scritti. Miniare o minio describere significò originariamente scrivere con il colore rosso. Più tardi la parola miniatura si estese a indicare la decorazione e l’illustrazione di un testo scritto. Per miniatura si intende l’illustrazione destinata all’uso librario condotta a mano con mezzi pittorici. Il libro rappresentò così per tutto il Medioevo un luogo privilegiato per l’espressione della cultura artistica. Scrittura e immagini instaurarono un rapporto intimo e strettissimo. Basti pensare allo sviluppo dell’iniziale che, già evidenziata nell’antichità per motivi essenzialmente pratici, si sviluppò dapprima con elementi decorativi, a intreccio, vegetali o animalistici e divenne poi figurata e istoriata. Così le grandi miniature a piena pagina rivelano esiti pienamente confrontabili con i risultati raggiunti dalla pittura monumentale.

Un’isola per uno scrittore

isolottobrancati

Talìa?” dicono a Catania…

bisogna poi aggiungere che la storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi.  La vita della città è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono tra uomini e donne; nel resto è povera e noiosa. Le donne ricevono gli sguardi, per lunghe ore, sulle palpebre abbassate, illuminandosi a poco a poco dell’albore sottile che formano, attorno a un viso, centinaia di occhi che vi mandino le scintille.  Raramente li ricambiano.  Ma quando levano la testa dall’attitudine reclinata, e gettano un lampo, tutta la vita di un uomo ha cambiato corso e natura.  Se lei non guarda, le cose vanno come devono andare, per il giovanotto o l’uomo di mezza età: uguali, comuni, insipide, tristi: insomma, com’è la vita umana. Ma se lei guarda, sia pure con mezza pupilla, oh, ma allora la vita non è poi così triste, e Leopardi è un poeta che non sa nulla di questo mondo!”

Bellissima la parte in cui si parla dell’importanza degli sguardi. Si costruiva una vita sugli sguardi, senza arrischiare azioni. Romanzo breve e leggero, umoristico e dissacrante. Gustoso affresco della “sicilitudine”, nei suoi risvolti comici, ironici e patologici, il Don Giovanni in Sicilia apparve incredibilmente nel 1941, anno difficile per l’Italia e gli italiani. Racconto brioso e grottesco in cui l’autore con una marcata ironia elogia la vita comoda e tranquilla. Stile un tantino barocco, uso smodato di similitudini, spaccato di psicologia maschile siciliana molto divertente, tutta l’italianità possibile in questo personaggio bislacco; uomo mai cresciuto  vive accudito dalle tre sorelle, fa finta di lavorare e non rinuncia mai alla pennichella pomeridiana. Le prime trenta pagine sono un capolavoro! Divertentissimo inizio di romanzo incentrato sulla vita di un siciliano e la sua sicilianità.

“Gli anni perduti” è la prima grande opera di Brancati, sottovalutata e semisconosciuta ma assolutamente da leggere, in particolare da chi ama l’autore di Pachino e vuole recuperare i presupposti stilistici e tematici della sua produzione matura.

Le rotte per l’Oriente

portoantico

Visione di un porto, Genova ( ?) miniatura dal “Septem Vitiis” del 1375 circa

Nel XII secolo uno dei compiti principali della flotta genovese era quello di rendere sicure le sue rotte commerciali dal costante pericolo costituito dai pirati saraceni che tanto danno arrecavano ai traffici dei ricchi mercanti genovesi. Per raggiungere questo scopo, Genova si dotò di basi commerciali dette Fondaci che fungevano anche da punti d’appoggio per la flotta. Estese quindi la propria influenza sulle isole mediterranee e stipulò un accordo con la repubblica di Pisa, che non ebbe problemi ad aderire ad una lotta in comune contro il pericolo saraceno. Uniti, pisani e genovesi, riuscirono a debellare i pirati e per questo motivo furono premiate dal Papa Benedetto VIII: Pisa ottenne la signoria della Sardegna e Genova quella della Corsica. Il periodo delle crociate rivestì un’importanza particolare per lo sviluppo commerciale della città. Dal suo porto partirono infatti gli eserciti per le prime crociate. Alla prima di queste partecipò colui che inventò la torre d’assedio che consentì ai crociati la conquista di Gerusalemme: Guglielmo Embriaco, conosciuto anche come Testa di Maglio. Abile soldato e navigatore, egli portò in patria dalla Terrasanta il Sacro Catino e le ceneri di San Giovanni Battista, custodite nella Cattedrale di San Lorenzo. Da queste spedizioni la città trasse grandi ricchezze ed un vasto impero coloniale. Nel contempo si acuirono le rivalità con le altre due potenze marinare: Pisa e Venezia. Questi contrasti furono causa di sanguinose guerre per il dominio dei traffici nel Mediterraneo e delle rotte commerciali per l’Oriente. Nonostante la sua potenza fosse in continuo aumento, la città non conobbe mai un momento di pace. 

Il tramonto perfetto

tramonto

Tramonto

Che puoi ancora dirmi che non sappia,
vetta di sole esangue sulla terra,
lieve garza di nebbia che si frange
tra l’azzurro del mare e il cielo ardente?
Ormai tanti tramonti nel ricordo,
tante dita di fuoco sulle acque,
che tutto si confonde quando è notte,
calato il sole, si chiudono i tuoi occhi.

JOSÉ SARAMAGO

 tramonto alle Cinque Terre, febbraio 2013

La cultura siciliana attraverso le immagini del carretto

carretto siciliano

Era il 1778 quando  il Parlamento siciliano decretò il finanziamento di 24.000 scudi per la creazione di una rete viaria in Sicilia. Fino ad allora le strade erano state costituite da polverose e tortuose trazzere e mulattiere lungo le quali i viaggiatori e le merci potevano transitare con grandi difficoltà.

Queste vie sterrate erano caratterizzate da solchi, a volte profondi, scavati dai pesanti carri nel passare. Fu così che i commercianti siciliani iniziarono a montare ai lati dei loro carri ruote molto grandi che permettevano di superare i fossi con relativa facilità. Il carretto siciliano fece così la sua comparsa nella storia dei mezzi di trasporto. Da quel momento, diversi viaggiatori di passaggio in Sicilia ne raccontarono le forme e i fregi, definendoli lavori d’arte.

Inizialmente era a tinta unica, prevalentemente giallo, ed il colore era usato solo allo scopo di proteggere il legno. Ben presto però sulle fiancate dei carretti comparvero altri colori, fregi e i primi disegni.

Il geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l’eruzione dell’Etna, scrive: “A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d’arte. La cassa del veicolo posa sopra un’asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant’Agata…..”.

Anche il Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, nella sua celeberrima “Strada di Agrigentum”, cita la figura del carrettiere e dice:

 

Là dura un vento che ricordo acceso

nelle criniere dei cavalli obliqui

in corsa lungo le pianure, vento

che macchia e rode l’arenaria e il cuore

dei telamoni lugubri, riversi

sopra l’erba. Anima antica, grigia

di rancori, torni a quel vento, annusa

il delicato muschio che riveste

i giganti sospinti giù dal cielo.

Come sola nello spazio che ti resta!

E più t’accori s’odi ancora il suono

che s’allontana verso il mare

dove Espero già striscia mattutino

il marranzano tristemente vibra

nella gola del carraio che risale

il colle nitido di luna, lento

tra il murmure d’ulivi saraceni

Isola Formica

isola formica

È un piccolo lembo di terra, quasi un grosso scoglio, che si trova tra l’isola di Levanzo e la costa di Trapani. È stata abitata nel corso dei secoli da Fenici, Cartaginesi, Greci, Italici, Romani, Arabi, Normanni. Sull’isolotto di Formica esiste ancora una vecchia tonnara con i resti di due antichi edifici. Inoltre vi si trova una costruzione fortificata, su cui è costruito un faro. L’isola possiede un piccolo porto, adatto solo a diporti o piccole barche; è inoltre presente un museo che custodisce varie anfore e un’antica barca perfettamente conservata, utilizzata una volta per la mattanza. Vi è situata anche una chiesetta molto antica.