Un meraviglioso dono da Mariella, isola di Procida

procidanotte

Sara il mare lo vedeva da lontano, molto prima di scorgerlo per davvero. Cioè se lo immaginava mentre percorreva i noiosi chilometri in macchina che la separavano dal momento in cui avrebbe immerso i piedi nell’acqua bassa della riva. La sentiva già lambirle le caviglie sottili, provocarle un brivido leggero che saliva lungo le sue belle gambe chiare di ragazza di città. Era ancora fredda la temperatura fuori e lei non s’era ancora abituata, ma quell’emozione che provava ogni volta, la teneva occupata a meditare, mentre la macchina macinava veloce la strada. Faceva caldo, invece, nell’abitacolo stretto dell’utilitaria di famiglia e poi c’era quella questione della fretta. L’ impazienza di sentire quella sensazione fresca e immediata sotto le piante dei suoi piedi delicati, ancora teneri degli scarponcini di un inverno lungo passato tra casa e scuola.
Ecco, la scuola. Nel suo borsone da spiaggia aveva un libro, ricevuto come “compito” dalla sua prof d’italiano. La faccia arcigna aveva assunto le pieghe di un ghigno, quando aveva assegnato ai suoi studenti i libri da leggere durante le vacanze. A questo punto, per Sara non era questione delle pagine da sfogliare durante i giorni che avrebbe voluto sgombri per passare il tempo fra nulla e nulla. Il benefico niente che si chiama igiene della mente. No, non era questo: a lei piaceva leggere ed era una brava studentessa: le piaceva addirittura studiare. Era proprio per quel ghigno sadico che aveva accompagnato la consegna: leggere, leggere, bisogna leggere!- aveva sentenziato l’insegnante- non è che bisogna pensare solo ai ragazzi e ballare, in estate!
Come se quelle letture si ponessero, a prescindere, sull’altro versante del divertimento: dove c’è un supplizio. Come se fossero una punizione per l’aver osato confessare (con gli occhi!) che quell’estate, Sara, la voleva speciale: divertente, spensierata. La giovinezza è un orco terribile per chi ne ha smarrito la visione; non più un miraggio, diventa un peccato da sanzionare.
Sarebbe bastato, alla prof, soltanto sedersi un attimo sulla sediolina di un banco: scendere dalla cattedra e carezzare la superficie liscia della copertina di un libro qualsiasi, mentre dettava i titoli che voleva assegnare. Le pagine sconosciute da scoprire nelle letture di fine serata, inizio notte. Quando la luce di una lampadina gioca con le ombre sui numeretti a pié di pagina.
Un libro è un amico, anche se dopo dieci pagine ti addormenti senza aver spento la luce. Lo ritrovi il giorno dopo ed è un po’ più amico ancora, finché qualche volta può pure succedere che te ne innamori e non senti più né il caldo delle lenzuola, né il sonno che ti piega gli occhi.
Lo finisci, poi, d’un fiato. Te ne ricordi finché campi..
Ma quel ghigno della prof.!
Sara aveva la piega delle sue belle labbra assai imbronciate, dopo un po’ che aveva rimuginato. Prima che il sole diventasse una palletta gialla in mezzo al cielo, aveva intenzione di cominciare già; con Pavese. Questo gli aveva consigliato suo padre sorridendo e lei aveva annuito, senza aggiungere resistenze: lo DOVEVA fare, tanto vale cominciare subito.
Seduta sotto l’ombrellone scrutava la faccetta grigia di Cesare e i suoi occhialini inquieti, mentre il mare era già zeppo di spruzzi e saturo di voci allegre di bagnanti senza prof. Orfani di una qualche prof: beati loro.
Il libro ora era sulla sdraio accanto alla sua e Sara non riusciva a dargli vita, di nuovo piena di stizza e chiuse gli occhi. Poi le arrivò la voce.
Leggera, esitante sulle prime come un’onda che si ritira sulla rena e poi fluida, sentiva la voce di suo padre. Si liberava tra le altre voci e lentamente le cancellava tutte, entrando piano piano nelle orecchie, piccole come conchiglie, di quella sua figlia reticente.
Leggeva, la mano accanto al volto a sostenere la lente d’ingrandimento che scintillava sotto ai raggi; aveva una vista bassissima che, ormai, gli occhiali non riuscivano più a recuperare, ma leggeva. Piano e deciso, allo stesso tempo.
Sara non distingueva bene ogni parola; solo sentiva lo stupore di quella immagine di suo padre che leggeva per lei. Aveva posato il giornale nella tasca del borsone, mentre sua madre zitta e quatta aveva guadagnato la riva, per lasciarli soli.
Erano soli , infatti, e lui leggeva. Soli in mezzo al mondo e la prof non sogghignava più: era un punto lontano, su qualche pianeta lontano da loro due.

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Solo ieri, un dono inatteso…

monterosso

Il dono

Un giorno così felice.

La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.

Non c’erano cose sulla terra che desiderassi avere.

Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.

Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.

Non mi vergognavo al pensiero d’essere stato chi sono.

Nessun dolore nel mio corpo.

Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

Milosz Czeslaw

Monterosso, Cinque terre tramonto, marzo 2013

Un nirvana fra mare e cielo

Tellaro

Si racconta che in una notte di tempesta a Tellaro (piccolo borgo di pescatori sopra Lerici, nel Golfo di La Spezia) i suoi abitanti dormissero tranquilli, perché rassicurati dal fatto che i saraceni non potevano sbarcare per depredare e saccheggiare il villaggio. Invece, mimetizzati forse dalla tempesta, cercarono comunque di approdare. Ma non fecero i conti con un polpo sullo scoglio che li vide e lanciò i suoi tentacoli verso il cielo e raggiunta la corda della campana della chiesetta di San Giorgio si mise a suonare, avvertendo gli abitanti. I quali, dopo aspra lotta respinsero gli invasori. Questo per indicare come furono sempre aspri gli scontri fra la Croce e la Mezzaluna sul mediterraneo fin dai tempi antichi. Oggi gli abitanti ricordano questa leggenda con la sagra del polpo che si tiene la seconda domenica di agosto.

Saraceni Mare Nostrum infestantes sunt noctu profligati. Quod polipus aer cirris suis sacrum pulsabat.

E’ la scritta dell’epigrafe datata 1664 che è posta sulla chiesetta rosa di San Giorgio perennemente flagellata dai venti e dai flutti. 

Tellaro  da levante, inverno 2013

Quelle merveilleuse fleur sortie du sable…

fiorespiaggia

Pancratium maritimum – Riserva Naturale di Vendicari

Il Giglio marino, o Pancratium maritimum, è una pianta bulbosa della famiglia delle Amaryllidaceae che cresce spontaneamente sui litorali sabbiosi. Il fiore ha una doppia corolla con forma di ombrello. Il Giglio marino vive in riva al mare, dove cresce sulla sabbia delle dune litoranee. 

E’ uno dei ricordi più belli di una spiaggia visitata moltissimi anni fa. Bello e profumatissimo  a Calamosche, riserva di Vendicari è presente questo bellissimo giglio.

I semi del giglio, neri e dalla forma irregolare, sono in grado di galleggiare ed essere trasportati dall’acqua. Come tutte le specie vegetali adattate a vivere sulle spiagge il Giglio marino riesce a sopportare condizioni estreme, come la mancanza di acqua dolce, la forte salinità, il vento costante e la povertà di sostanze nutritive. La convivenza fra questo fiore bello e delicato ed i bagnanti non è impossibile, il Giglio di mare non può che abbellire le nostre spiagge. Questo fiore può essere il simbolo di un approccio più responsabile all’ambiente. Il pericolo per la sua sopravvivenza deriva in genere dagli sbancamenti e dalla eccessiva urbanizzazione delle spiagge.

Poeti e Poesia

manarola

  • La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me. Forugzamand Farroxzad
  • Poesia e’ l’impossibile reso possibile. Arpa che invece di corde ha cuori in fiamme.  Federico Garçia Lorca
  • La poesia ha scoperto il mondo; s’è scordata del mondo. Ghiannis Ritsos
  • La poesia è poesia è quando porta in sé un segreto. Giuseppe Ungaretti
  • La poesia ha bisogno di una certa verticalità della parola. Montale
  • La poesia è l’arte delle parole che trovano una strada solo per effetto dei loro ritmi e della loro grazia. Gianni Celati

Manarola, inverno 2013

La bellezza

 

isolagiglio

 

“L’occhio guarda, per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza. La bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.” Pier Paolo Pasolini
‎”Viaggiare è un modo per ricordarsi di un tempo della propria vita, di come si era o si pensava : è proprio attraverso il viaggio che ogni generazione costruisce la propria memoria e, a ben guardare, anche la propria leggenda” Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno

 

Isola del Giglio, sotto la spiaggia dell’Arenella con lo scoglio della Tartaruga in lontananza il Promontorio dell’Argentario

La traversata dei deserti

golfodilerici

Madrigale 

Ho fatto un pieno di versi
per la traversata dei deserti dell’amore,
là dove il viaggiare
più comporta dei rischi,
dove occorre tenere gli occhi bene aperti
perché non sempre regge il cuore.
A malapena si conserva un viso
se il tempo ingoia il resto;
con un ritratto appeso
non si va molto lontano,
a meno che un sorriso
una figura
non venga a divorarti con dolcezza
per stare con la Vita.

Nelo Risi

Golfo di Lerici, inverno 2013

Nelo Risi è nato a Milano nel 1920, inizia la carriera letteraria con ‘Le opere e i giorni’ Milano, Scheiwiller 1941. Seguono cinque libri di poesie: Polso teso 1956, Pensieri elementari 1961, Dentro la sostanza, 1965, Di certe cose 1970, Amica mia nemica 1976. Amore per la tradizione francese, quella del surrealismo, attenzione alle avanguardie, dai russi a Brecht. Lo scrivere è un atto politico s’afferma in  ‘Dentro la sostanza’ e ‘il poeta è un supremo realista’.