Noi non ci bagneremo

geco

 

 

Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte

 

Rocco Scotellaro

 

E’ il monito lasciatoci dal grande poeta lucano Rocco Scotellaro, che già prevedendo una omogeneizzazione dei prodotti e dei sapori esorta un suo amico a ritornare dall’America dove era emigrato  “torna……è ora che assaggi molliche  di pane, gli odori dei forni come te li mandereno?’’

Rocco Scotellaro, nato a Tricarico (Matera) nel 1923, appassionato militante della sinistra, sindaco del suo paese natale, amico di Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria visse la politica da poeta e della poesia fece, nel senso più nobile, uno strumento politico, cioè di riscatto e libertà. Impegnato nell’azione e nella riflessione meridionalista, scrittore e poeta vero e proprio “caso letterario” in pieno clima di neorealismo, perché quello che fino ad allora era successo nella prosa, parve arrivare anche nella lirica. Infatti, contro una tradizione secolare, appena rotta dal Leopardi e dal Pascoli, che primi portarono gli oggetti umili nella poesia, Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni, dei “fabbricatori”, ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l’occupazione delle terre e gli assalti al municipio. La poesia tendeva a farsi comizio…

Capraja

Relazione della Corsica, tradotta in italiano
James Boswell – 1 gennaio 1769

Capraja , o Caprara è situata al Levante circa 2j. miglia da Capo. Corso, dirimpetto alla Costa di Toscana . Quest’ Isola fu già annessa al Regno di Corfica , come parte del Territorio Feudale della Nobile Famiglia di Damaii , che ne furono privati dai Genovesi . Capraja è circa 40. miglia di circonserenza . Tutta quest’ Isola è sommamente scoscesa , e di supersicie secca , e dirupata . E’ tutta ad’ intorno cinta di rocche , ed è quasi inaccessibile d’ ogni parte , se non se ne eccettui un Porto ottimo , nel quale un gran numero di Vascelli , che passano il Mediterraneo , sono soliti di «’ricoverarsi . Contiene pisi di 3m. abitanti, i quali tutti sono radunati in una Citta all’ estremità dell’ Isola sopra del Porto . Gli uomini di Capraja sono forti , e robusti, vanno tutti sul Mare , e sono riputati li più arditi , e più esperti Navigatori di quella parte del Jvlondo . Le donne s’occupano “pri nei palliente in coltivar le vigne, di cui abbonda quest’ Isola . Ewi q^ì una forte Cittadella fabbricata sópra un’alta rocca, che domina la Citta , ed il Porto : è ben provvista di Artiglieria , ed i Genovefi vi tengono Guernigione . Sonovi pure due altre Torri alle due estremità dell’ Isola fabbricate piuttosto per scoprire i Corsari di Barbaria , che per difendere un Paese così ben fortificato dalla natura …

Boswell

Solitudine

“Mia sorella non ebbe per natura un ‘indole socievole, le circostanze favorirono e alimentarono un’inclinazione alla solitudine: tranne che per andare in chiesa o per fare una passeggiata sulle colline, ella raramente varcava la soglia di casa. Sebbene non nutrisse ostilità per la gente tra cui viveva, non cercò mai di stabilire rapporti con essa né, salvo pochissime eccezioni, ne ebbe mai. Eppure conosceva la gente: ne conosceva i costumi, il linguaggio, le storie di famiglia, ascoltava con interesse quel che si raccontava degli uni e degli altri, ne parlava particolareggiatamente, minuziosamente, con esattezza e accuratezza, ma con le persone raramente scambiava qualche parola. Ne derivava che quanto la sua mente raccoglieva della realtà che le toccava, si riduceva troppo esclusivamente a quei tragici e terribili caratteri di cui la memoria è costretta a recare l’impronta. La sua fantasia, che era più tenebrosa che solare, più vigorosa che giocosa, trovò in quei caratteri il materiale da cui trasse creature come Heathcliff, come Earnshaw, come Caterina…”
Charlotte Bronte (di Emily)

Hoppersolitudine

Una lettura

Pioveva fuori.

Aprii il libro di Odisseo

e il libro cominciò con la sconfitta.

Sotto, immaginai, c’era la fitta

schiera di cimieri e alte controcielo

le aste dei barbari di Grecia;

sulle muraglie rosse,

ma in lontananza, e delicate come

il verde degli steli fra le pietre,

quelle dei fanti d’Ilio sbigottiti.

L’incantatore greco,

qui mi conduce e qui trema –

pensai – in mezzo a questa piana di polveri e di terre

che hanno veduto rompersi difesa

e forza e rovinare all’urto

del combattente acheo

le armi d’Ettore, il fuoriclasse d’Asia.

Pioveva fuori,

dentro l’oscillare del pendolo

tagliava minuti e il frusciare

teso dei fogli.

Per tre volte intorno alle mura

e trenta miglia almeno,

legati gli stinchi al carro di guerra,

sconcio e scempio facendone,

Achille trascinò le spoglie

del principe di Priamo

finché, estenuata, la ferocia

ricadde come polvere sul campo.

Lì posava la testa bruna d’Ettore

e potevi vedere di sotto le palpebre malchiuse

il bianco delle sclere rovesciate

e potevi sentire,

ma prima che Achille in alto levasse

via nel cielo

asta di frassino e urlo di vittoria,

salire dal corpo del vinto

il silenzio del vincitore vero.

 

Pierluigi Cappello

 

da “Assetto di volo”, Crocetti Editore , 2006

 

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