Crepuscolo estivo

Conosci quel istante del crepuscolo estivo
dentro la stanza chiusa; un tenue riflesso rosa
obliquo sull’assito del soffitto; e la poesia
incompiuta sul tavolo – due versi in tutto,
promessa inadempiuta di un meraviglioso viaggio,
d’una certa libertà, d’una certa autosufficienza,
d’una certa (relativa, beninteso) immortalità.

Fuori, per strada, di già l’invocazione della notte,
le ombre leggere di dèi, uomini, biciclette,
quando si svuotano i cantieri, e i giovani operai
coi loro attrezzi, coi floridi capelli fradici,
con qualche spruzzo di calce sugli abiti consunti,
svaniscono nell’apoteosi dei vapori vespertini.

Otto colpi decisivi del pendolo, in cima alla scala,
per tutta la lunghezza del corridoio – colpi inesorabili
d’un martello imperioso, nascosto dietro il cristallo
ombrato; e simultaneamente il rumore secolare
di quelle chiavi che non è mai riuscito a stabilire
con precisione se aprano o chiudano.

Ghiannis Ritsos

maredigennaio

 

 

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Volere bene

“Volere bene” è una frase che più si sente dire in Calabria. Anche mia madre, quando mi ha riveduto, mi ha detto soltanto: “Credevo che non mi volessi più bene.” E coi capelli bianchi, i vecchi si domandano del figlio o della nuora: “E vi vuole bene?” E di qualunque rapporto, la prima domanda è “Vi vuole bene?” “Gli volete bene?” Non è l’amore. È la benevolenza, “il pensiero”, come dicono qui. E in caso di necessità, l’aiuto, la protezione. Tutte le storie che implicano una prova d’amore si raccontano e inteneriscono a preferenza di ogni altra. I bambini che scappano dalla casa sulla marina per andare dai nonni in montagna. E la capra che fu donata per voto da un pastore a un santuario, e che se ne tornò sola al suo gregge, traversando monti e fiumi per una trentina di chilometri. Per capire la Calabria occorre entrare in cose come queste, tenere e molto piccole.

Storie d’amore, e non nel senso comune oggi, sono il leggendario calabrese. Marito e moglie, col figlio piccolo, vanno in montagna a visitare i nonni, i genitori della moglie. Siedono a tavola. Il nonno non stacca gli occhi dal nipotino. Alla fine dice “Questo ragazzo non somiglia a me, ma piuttosto al padre.” Succede una scena di gelosia del sangue. E la famiglia la notte stessa abbandona la casa dei nonni, perché il figlio somiglia al padre e non al nonno materno, il quale ne è indignato. Non si immaginerebbe che un popolo simile, dalla vita dura e primitiva, nutra così raffinati e in fondo così morbosi sentimenti.

Corrado Alvaro, Ultimo diario (1948- 1956)

bacchedimirto

Lo spleen decadente

capraiabiancoenero

« Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
schiaccia l’anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l’orizzonte
fa del dì una tristezza più nera della notte,
quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e con la testa nel soffitto marcito;
quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,
furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato
d’anime senza pace né dimora.
-Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero. »

Charles Baudelaire