Marsiglia

Raoul Dufyv

“Nel bar di Fonfon presi il telefono e composi il numero di cellulare di Hélène Pessayre.
‘Si’ disse.
Musica sullo sfondo. Un cantante italiano.
un po’ al di là del mare c’è una terra chiara che di confini ed argini non sa. ‘Sono Montale, spero di non disturbarla’
un po’ al di là del mare c’è una terra chiara
‘Ho appena finito di farmi la doccia’.
Immediatamente, davanti ai miei occhi, sfilarono delle immagini. Carnali. Sensuali. Per la prima volta mi sorpresi a pensare a Hélène Pessayre con desiderio. Non mi era indifferente, lo sapevo bene, ma i nostri rapporti erano talmente complessi, a tratti talmente tesi, da non lasciar posto ai sentimenti. Almeno così credevo. (…)
un po’ al di là del mare c’è una terra sincera
‘Chi è il cantante che sentivo’?
‘Gianmaria Testa. Bella canzone vero?’ rispose con stanchezza.”
Jean Claude Izzo “Solea”, capitolo sedicesimo – Nel quale, anche involontariamente, la partita si gioca sulla scacchiera del Male

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Lisbona

TramLisbona

Io allora vivrò in pace in una casetta alla periferia di qualcosa, godendomi una tranquillità in cui non dovrò fare il lavoro che comunque anche ora non faccio e cercando, per continuare il mio non fare niente, scuse diversa da quelle con le quali oggi evito il confronto con me stesso. Oppure sarò ricoverato in qualche ospizio per poveri, pago della mia completa sconfitta e confuso fra quei relitti umani che pensavano di essere geniali e invece erano solo mendicanti carichi di sogni; io, insieme alla massa anonima di coloro che non ebbero la forza per vincere e neppure la generosa rinuncia per vincere alla rovescia. Dovunque sia, proverò nostalgia per il principale, il signor Vasques, per questa stanza di Rua dos Douradores. E la monotonia della vita sarà per come il ricordo degli amori che non ebbi, o dei trionfi che non sarebbero mai stati.

         dal libro “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

Crepuscolo estivo

Conosci quel istante del crepuscolo estivo
dentro la stanza chiusa; un tenue riflesso rosa
obliquo sull’assito del soffitto; e la poesia
incompiuta sul tavolo – due versi in tutto,
promessa inadempiuta di un meraviglioso viaggio,
d’una certa libertà, d’una certa autosufficienza,
d’una certa (relativa, beninteso) immortalità.

Fuori, per strada, di già l’invocazione della notte,
le ombre leggere di dèi, uomini, biciclette,
quando si svuotano i cantieri, e i giovani operai
coi loro attrezzi, coi floridi capelli fradici,
con qualche spruzzo di calce sugli abiti consunti,
svaniscono nell’apoteosi dei vapori vespertini.

Otto colpi decisivi del pendolo, in cima alla scala,
per tutta la lunghezza del corridoio – colpi inesorabili
d’un martello imperioso, nascosto dietro il cristallo
ombrato; e simultaneamente il rumore secolare
di quelle chiavi che non è mai riuscito a stabilire
con precisione se aprano o chiudano.

Ghiannis Ritsos

maredigennaio

 

 

Volere bene

“Volere bene” è una frase che più si sente dire in Calabria. Anche mia madre, quando mi ha riveduto, mi ha detto soltanto: “Credevo che non mi volessi più bene.” E coi capelli bianchi, i vecchi si domandano del figlio o della nuora: “E vi vuole bene?” E di qualunque rapporto, la prima domanda è “Vi vuole bene?” “Gli volete bene?” Non è l’amore. È la benevolenza, “il pensiero”, come dicono qui. E in caso di necessità, l’aiuto, la protezione. Tutte le storie che implicano una prova d’amore si raccontano e inteneriscono a preferenza di ogni altra. I bambini che scappano dalla casa sulla marina per andare dai nonni in montagna. E la capra che fu donata per voto da un pastore a un santuario, e che se ne tornò sola al suo gregge, traversando monti e fiumi per una trentina di chilometri. Per capire la Calabria occorre entrare in cose come queste, tenere e molto piccole.

Storie d’amore, e non nel senso comune oggi, sono il leggendario calabrese. Marito e moglie, col figlio piccolo, vanno in montagna a visitare i nonni, i genitori della moglie. Siedono a tavola. Il nonno non stacca gli occhi dal nipotino. Alla fine dice “Questo ragazzo non somiglia a me, ma piuttosto al padre.” Succede una scena di gelosia del sangue. E la famiglia la notte stessa abbandona la casa dei nonni, perché il figlio somiglia al padre e non al nonno materno, il quale ne è indignato. Non si immaginerebbe che un popolo simile, dalla vita dura e primitiva, nutra così raffinati e in fondo così morbosi sentimenti.

Corrado Alvaro, Ultimo diario (1948- 1956)

bacchedimirto

Noi non ci bagneremo

geco

 

 

Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte

 

Rocco Scotellaro

 

E’ il monito lasciatoci dal grande poeta lucano Rocco Scotellaro, che già prevedendo una omogeneizzazione dei prodotti e dei sapori esorta un suo amico a ritornare dall’America dove era emigrato  “torna……è ora che assaggi molliche  di pane, gli odori dei forni come te li mandereno?’’

Rocco Scotellaro, nato a Tricarico (Matera) nel 1923, appassionato militante della sinistra, sindaco del suo paese natale, amico di Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria visse la politica da poeta e della poesia fece, nel senso più nobile, uno strumento politico, cioè di riscatto e libertà. Impegnato nell’azione e nella riflessione meridionalista, scrittore e poeta vero e proprio “caso letterario” in pieno clima di neorealismo, perché quello che fino ad allora era successo nella prosa, parve arrivare anche nella lirica. Infatti, contro una tradizione secolare, appena rotta dal Leopardi e dal Pascoli, che primi portarono gli oggetti umili nella poesia, Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni, dei “fabbricatori”, ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l’occupazione delle terre e gli assalti al municipio. La poesia tendeva a farsi comizio…

Un meraviglioso dono da Mariella, isola di Procida

procidanotte

Sara il mare lo vedeva da lontano, molto prima di scorgerlo per davvero. Cioè se lo immaginava mentre percorreva i noiosi chilometri in macchina che la separavano dal momento in cui avrebbe immerso i piedi nell’acqua bassa della riva. La sentiva già lambirle le caviglie sottili, provocarle un brivido leggero che saliva lungo le sue belle gambe chiare di ragazza di città. Era ancora fredda la temperatura fuori e lei non s’era ancora abituata, ma quell’emozione che provava ogni volta, la teneva occupata a meditare, mentre la macchina macinava veloce la strada. Faceva caldo, invece, nell’abitacolo stretto dell’utilitaria di famiglia e poi c’era quella questione della fretta. L’ impazienza di sentire quella sensazione fresca e immediata sotto le piante dei suoi piedi delicati, ancora teneri degli scarponcini di un inverno lungo passato tra casa e scuola.
Ecco, la scuola. Nel suo borsone da spiaggia aveva un libro, ricevuto come “compito” dalla sua prof d’italiano. La faccia arcigna aveva assunto le pieghe di un ghigno, quando aveva assegnato ai suoi studenti i libri da leggere durante le vacanze. A questo punto, per Sara non era questione delle pagine da sfogliare durante i giorni che avrebbe voluto sgombri per passare il tempo fra nulla e nulla. Il benefico niente che si chiama igiene della mente. No, non era questo: a lei piaceva leggere ed era una brava studentessa: le piaceva addirittura studiare. Era proprio per quel ghigno sadico che aveva accompagnato la consegna: leggere, leggere, bisogna leggere!- aveva sentenziato l’insegnante- non è che bisogna pensare solo ai ragazzi e ballare, in estate!
Come se quelle letture si ponessero, a prescindere, sull’altro versante del divertimento: dove c’è un supplizio. Come se fossero una punizione per l’aver osato confessare (con gli occhi!) che quell’estate, Sara, la voleva speciale: divertente, spensierata. La giovinezza è un orco terribile per chi ne ha smarrito la visione; non più un miraggio, diventa un peccato da sanzionare.
Sarebbe bastato, alla prof, soltanto sedersi un attimo sulla sediolina di un banco: scendere dalla cattedra e carezzare la superficie liscia della copertina di un libro qualsiasi, mentre dettava i titoli che voleva assegnare. Le pagine sconosciute da scoprire nelle letture di fine serata, inizio notte. Quando la luce di una lampadina gioca con le ombre sui numeretti a pié di pagina.
Un libro è un amico, anche se dopo dieci pagine ti addormenti senza aver spento la luce. Lo ritrovi il giorno dopo ed è un po’ più amico ancora, finché qualche volta può pure succedere che te ne innamori e non senti più né il caldo delle lenzuola, né il sonno che ti piega gli occhi.
Lo finisci, poi, d’un fiato. Te ne ricordi finché campi..
Ma quel ghigno della prof.!
Sara aveva la piega delle sue belle labbra assai imbronciate, dopo un po’ che aveva rimuginato. Prima che il sole diventasse una palletta gialla in mezzo al cielo, aveva intenzione di cominciare già; con Pavese. Questo gli aveva consigliato suo padre sorridendo e lei aveva annuito, senza aggiungere resistenze: lo DOVEVA fare, tanto vale cominciare subito.
Seduta sotto l’ombrellone scrutava la faccetta grigia di Cesare e i suoi occhialini inquieti, mentre il mare era già zeppo di spruzzi e saturo di voci allegre di bagnanti senza prof. Orfani di una qualche prof: beati loro.
Il libro ora era sulla sdraio accanto alla sua e Sara non riusciva a dargli vita, di nuovo piena di stizza e chiuse gli occhi. Poi le arrivò la voce.
Leggera, esitante sulle prime come un’onda che si ritira sulla rena e poi fluida, sentiva la voce di suo padre. Si liberava tra le altre voci e lentamente le cancellava tutte, entrando piano piano nelle orecchie, piccole come conchiglie, di quella sua figlia reticente.
Leggeva, la mano accanto al volto a sostenere la lente d’ingrandimento che scintillava sotto ai raggi; aveva una vista bassissima che, ormai, gli occhiali non riuscivano più a recuperare, ma leggeva. Piano e deciso, allo stesso tempo.
Sara non distingueva bene ogni parola; solo sentiva lo stupore di quella immagine di suo padre che leggeva per lei. Aveva posato il giornale nella tasca del borsone, mentre sua madre zitta e quatta aveva guadagnato la riva, per lasciarli soli.
Erano soli , infatti, e lui leggeva. Soli in mezzo al mondo e la prof non sogghignava più: era un punto lontano, su qualche pianeta lontano da loro due.

Corallo sulla pietra

fichid'india

« … erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra … » (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia)

 Ovunque nelle campagne siciliane, ma si spingono fino in riva al mare, si trovano macchie di queste piante con pale e frutto spinoso. Il paese di San Cono (CT) è la capitale del frutto coltivato. I fichidindia venivano venduti per le strade, spesso sotto un lampione per continuare la vendita anche di sera. E proprio la sera, comitive di amici si fermavano dal “FICATINNIARU” per giocare alla spina. Il gioco consisteva nell’acquistare uno o più chili di ficodindia che venivano posti ritti su una banchetta del venditore che provvedeva a inserire in un frutto, alla base, un pezzetto di legno chiamata” LA SPINA”. Il tocco e poi la conta e si iniziava dal primo a rotazione a scegliere un ficodindia che il venditore sbucciava e passava al cliente perché lo mangiasse. Chi trovava il ficodindia con la spina pagava per tutti ! I ficodindia tardivi (buonissimi quelli novembrini), che vengono così grossi perché si è impedito alla pianta di dare la prima raccolta, a Palermo si chiamano scuzzunati. In alcuni paesi appendono sui muri delle case le cosiddette “pittare” con i bei frutti rossi, da consumare d’inverno…deliziosi!

Anni fa, a Cartagine, vidi inconfondibile, il carrettino dei fichidindia. Non potei resistere alla tentazione. Apri e mangia, apri e mangia, come un tempo. Arabi e siciliani insieme. E’ un po’ la stessa cosa.’