Teneri desideri

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Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima
giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli
anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la
loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità
attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di
dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza
pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte,
la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte
con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e
teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si
attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma certo,
assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto?
No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare
quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono
forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che
cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si
vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e
si riprende senza affanno la strada. Così si continua il cammino
in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille,
il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di
calare al tramonto. Ma a un certo punto, quasi istintivamente,
ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato
alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente
che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile
ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che
già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi
non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono
accavallandosi l’una sull’altra,
tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada
un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alle nostre
spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e
non si fa tempo a tornare.
(Dino Buzzati)

I giorni perduti

 

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel dirupo che era colmo di migliaia e migliaia di altre cassi uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese: –Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò è sorrise: –Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.

–Che giorni?

–I giorni tuoi.

–I miei giorni?

–i tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.

Ne aprì un secondo e c’era dentro una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo aspettava da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.

Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

–Signore! – gridò Kazirra. –Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

Dino Buzzati

lampioni

Stevenson

“Ognuno può portare il suo fardello, per quanto pesante, fino al cader della notte. Ognuno può compiere il suo lavoro, per quante pesante, per un giorno. Ognuno può vivere ed essere dolce, paziente, amorevole, puro fino a che il sole tramonti. E questo è l’intero significato della vita.”

Robert Louis StevensonBosconebbioso

Penziere mieje

Penziere mieje, levàteve sti panne,
stracciàtev’ ‘a cammisa, e ascite annuro.
Si nun tenite n’abito sicuro,
tanta vestite che n’avit’ ‘a fa?

Menàteve spugliate mmiez’ ‘a via,
e si facite folla, cammenate.
Si sentite strillà, nun ve fermate:
nu penziero spugliato ‘a folla fa.

Currite ncopp’ ‘a cimma ‘e na muntagna,
e quanno ‘e piede se sò cunzumate:
un’ànema e curaggio, e ve menate…
nzerrano ll’uocchie, primm’ ‘e ve menà!

Ca ve trovano annuro? Nun fa niente.
Ce sta sempe nu tizio canusciuto,
ca nun ‘o ddice… ca rimmane muto…
e ca ve veste, primm’ ‘e v’atterrà.

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Pensieri miei, levatevi queste panni
Stracciatevi la camicia e uscite nudi.
Se non avete un abito sicuro,
che farsene di tanti vestiti?

Andatevene spogliati per le strade,
e se fate folla, camminate.
Se sentite strillare, non fermatevi:
un pensiero spogliato fa la folla.

Correte sulla cima di una montagna,
e quando i piedi si sono consumati:
un’anima e coraggio, e vi gettate…
serrando gli occhi, prima di gettarvi!

Che vi trovano nudi? Non fa niente.
Ci sta sempre un tizio conosciuto,
che non lo dice… che resta muto…
e che vi veste, prima di sotterrarvi

Eduardo de Filippo

Napoli

“In cuore abbiamo tutti un cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio” Gianni Rodari

Don QuijoteCatherineChauloux

Don Quijote, Catherine Chauloux

L’invenzione della Poesia risale all’origine umana. Prima la poesia poi la prosa. Prima la lirica, la musica, il cuore, poi il pane…

LeavesogGrass